Parte oggi, avvolto dall’incertezza, il G20 di Johannesburg. È il primo in Africa, a coronamento di un ciclo di presidenze - Indonesia, India e Brasile - espressione della voce del Sud globale. Ed è anche il primo senza il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Giorgia Meloni arriverà oggi, forte dell’attenzione riservata al continente africano con il Piano Mattei.
Quanto pesa la diserzione di Trump
Salvo sorprese, è pesante e destinata a condizionare i lavori (suddivisi in tre sessioni: crescita inclusiva e sostenibile, transizione energetica, intelligenza artificiale e minerali critici) la diserzione di Trump, motivata con l’accusa agli afrikaner del Sudafrica di voler sterminare la minoranza bianca. Pesa perché proprio agli Usa spetterà la presidenza nel 2026 e perché rende accidentato il percorso verso la dichiarazione finale, su cui gli sherpa lavorano senza sosta. Ieri il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva ventilato la possibilità di un ammorbidimento del boicottaggio, ma la portavoce dell’amministrazione statunitense, Karoline Leavitt, ha chiuso definitivamente la questione: gli Stati Uniti non prenderanno parte ai lavori.
L’Africa centrale e contesa
Comunque vada, nonostante il passo avanti dell’allargamento all’Unione africana (che riunisce 55 Paesi) fortemente sostenuto dall’Italia, il vertice di Johannesburg rischia di essere lo specchio del multipolarismo in frantumi, con l’Africa tornata tessera centrale del mosaico geopolitico, l’Europa che cerca di arginare la presa di Cina e Russia e nuovi Paesi che aumentano la loro influenza, dal Brasile alla Turchia. Fonti italiane indicano come centrale il tema del metodo di lavoro: il «G20 al giro di boa» (si chiude qui il primo ciclo di presidenze) si interrogherà su come rendere più efficace il formato.










