In vent’anni la città metropolitana di Roma ha visto crescere la sua popolazione del 20% nelle periferie, mentre dentro la Capitale l’aumento si è fermato al 7 per cento. Bologna ha calamitato 22mila nuovi residenti in centro (+6%), oltre 63mila nella cintura urbana (+11,1%). Il trend di Milano è simile, ma più equilibrato: in città l’aumento è stato dell’8,5%, nell’hinterland del 9,1 per cento. Il richiamo deriva da un mix di ingredienti: lavoro, istruzione, imprenditoria, offerta culturale. Maggiori opportunità si traducono così in un Pil pro capite più elevato.
Fatto sta che l’attrattività demografica non sempre si sposa con la Qualità della vita, in tutte le sue sfaccettature. I processi di urbanizzazione generano conflittualità che vanno governate con l’occhio fisso sui livelli di benessere. A questo punta l’indagine del Sole 24 Ore, giunta alla sua 36esima edizione, offrendo un cruscotto di 90 statistiche utili come piattaforma – attraverso lo storytelling della graduatoria provinciale – per unire fragilità e best practices in progettualità politiche sul territorio.
Nel rapporto «Cities for all ages», pubblicato in aprile dall’Ocse, si parla di “città escludenti”, cioè poco inclusive sul piano sociale e generazionale, come sottolineato anche dagli indici della Qualità della vita di bambini, giovani e anziani del Sole 24 Ore presentati al Festival dell’Economia di Trento lo scorso maggio. La quota di anziani (65 anni e più) che vive nei contesti urbani dei 35 Paesi Ocse è salita dal 20,9% del 2020 all’attuale 27,9 per cento. I prezzi delle case sono aumentati del 77% dal 1996 al 2022, a fronte di un aumento del Pil del 29% nello stesso periodo. Il risultato sono squilibri sociali e sovrappopolamento. Basta pensare che, secondo il Piano Casa Milano 2023-2025, la città necessita di 80mila nuove abitazioni entro il 2030: un fabbisogno abitativo che richiede investimenti per 8 miliardi di euro solo per l’edilizia residenziale sociale.









