Un racconto per d firmato dalla figlia di Renzo Piano, scrittrice per mestiere

di Lia Piano

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Rieccomi, nella casa di campagna dei miei nonni dove ho passato le estati dagli anni 70, quando sono nata, agli anni 90, quando ho pensato di non amare più la campagna. Quello che era il paradiso terrestre della mia infanzia si era trasformato in un posto troppo umido, in cima a un cucuzzolo, dove nessuno dei ragazzi con cui mi volevo fidanzare riusciva ad arrivare senza perdersi, cercare una cabina telefonica funzionante e chiamarmi, andando a incocciare in mia nonna, guardiana della mia virtù, che berciava nella cornetta: “Le ho detto che ha sbagliato numero”. Dicevo, rieccomi nella casa di campagna che nel frattempo, come talvolta capita a chi è oggetto di crudeli disamori, ha deciso di farla finita e si è fatta crollare addosso un pezzo di tetto. Sono in piedi al centro di quello che resta della cucina e ascolto attentamente l’impresario che mi spiega in cosa consisterà il cantiere che la renderà di nuovo abitabile. Alla terza cifra mi distraggo e inizio a osservare i due operai che nel frattempo hanno iniziato a demolire la cucina. I pensili strappati hanno lasciato sul muro l’ombra esatta del loro perimetro, dal buco della cappa spunta un pezzetto di cielo, lassù. Ora sono alle prese con la parte bassa, hanno sollevato il piano di lavoro e stanno spostando la base. Lo zoccolo si stacca di colpo e da là sotto vedo spuntare un braccio.