Èun bel titolo, “Mare selvaggio”. Racchiude le storie di vita e di vela di Ambrogio Beccaria, uno dei più talentuosi velisti italiani della nuova onda, un navigatore oceanico che proprio di recente ha debuttato nella classe Imoca, quella dei bolidi di 60 piedi iper-spinti che solcano gli Oceani, piazzandosi quarto nella Transat Café L’Or.
Una vita di bolina
Un libro scritto da Ambrogio insieme con Matteo Caccia per le Strade Blu di Mondadori, dal quale emerge intanto quello che lo stesso Ambrogio non è. Non è un velista milanese un po’ radical e un po’ chic (non uso volutamente il termine radical chic perché a parer mio quest’ultimo ha perso nel tempo parte del significato originario che intendeva Tom Wolf), che grazie ai contatti e allo stare dalla parte giusta derivanti dal suo ambito sociale ha la strada semplificata, vuoi anche nella vela.
Leggendo le sue pagine, emerge invece un Ambrogio diverso. Emerge un ragazzo che vive di bolina (per altro, la sua andatura preferita) gli inizi della sua passione. Un ragazzo che passa dalle ore trascorse a lavorare in un cantiere polveroso al divano di un amico navigatore quale unico giaciglio, che fa lo skipper sulle barche da diporto per guadagnare il denaro che gli serve per inseguire il sogno e che studia controvoglia Ingegneria nautica perché i genitori ci tengono, che comincia a gareggiare con barche vecchie da puzzare di marcio e che scorrazza lungo le autostrade con il Mini sul carrello e nessun permesso, cimentandosi in viaggi pirateschi per raggiungere l’Oceano.






