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Ultimo aggiornamento: 8:03
“Altro che separazione delle carriere e la creazione del doppio Consiglio superiore della magistratura. Questa riforma non è la priorità. I cittadini chiedono tempi certi, dalle cause che si fanno per il risarcimento del danno, fino ai processi penali. Ma il sistema è già sotto organico, senza di noi la giustizia sarà al collasso”. Mentre governo e forze politiche già si scontrano e si preparano al referendum sulla giustizia di marzo 2026, è il personale precario assunto con il Piano nazionale di ripresa e resilienza e ora in scadenza con la fine degli stessi progetti Pnrr, a rivendicare garanzie per il proprio futuro.
Dopo le diverse proroghe arrivate negli anni, ora il governo Meloni non sembra intenzionato a trovare una soluzione, né prevede stabilizzazioni di massa. Così, come già raccontato dal Fatto Quotidiano, un totale di 20mila dipendenti pubblici precari, dalla stessa giustizia, alle Università, passando per i ricercatori degli enti di ricerca fino a Comuni e sanità, rischia di restare presto a casa. Senza lavoro.
Tra tribunali e macchina amministrativa giudiziaria, sono ben 12mila i precari. Circa 8.200 sono stati destinati all’ufficio del processo, assunti in una prima ondata di 8.171 unità e poi altre 3.946 unità a tempo determinato, che hanno sostituito altrettanti che nel frattempo hanno lasciato il posto, avendo vinto concorsi altrove. Si tratta di laureati che fanno da supporto “para-giurisdizionale” ai magistrati (ricerche giurisprudenziali, bozze di provvedimenti, analisi fascicoli, schede di udienza). Ma ci sono anche tecnici informatici, statistici, edili, contabili e gli operatori di data entry, che si sono occupati della digitalizzazione massiva degli atti e del loro inserimento nei sistemi informatici. In gran parte lavorano già da 4 anni, altri sono entrati nel 2022. Nel 2024 avrebbero dovuto rifare il concorso, ma hanno ottenuto la proroga. Oggi almeno la metà dei 12mila precari della Giustizia teme per il proprio futuro.






