Il Thanksgiving o Giorno del Ringraziamento è una festa che tutti associano a una grande tavola, al tacchino e ai ritrovi familiari. Ma, prima ancora del menu, è un racconto: la storia che l’America ha costruito su di sé e che nel tempo si è intrecciata con molte altre narrazioni. Per questo il Thanksgiving non è mai soltanto un pranzo: è un momento in cui memoria, identità e cibo si incrociano e, ogni anno, rivelano qualcosa del Paese che lo celebra.

La versione più diffusa parla del banchetto del 1621, quando i coloni inglesi di Plymouth condivisero un pasto con la popolazione indigena dei Wampanoag. L’evento fu presentato come un incontro pacifico e fraterno, in cui il cibo fungeva da ponte simbolico tra due mondi. Sappiamo però come questa rappresentazione sia divenuta, più che altro, una mitologia utile a fondare un’identità nazionale su un ideale di armonia, celando una lunga storia di violenze, espropriazioni e genocidi culturali. Nel XIX secolo la scrittrice e attivista Sarah Josepha Hale, editrice del Godey’s Lady’s Book, fu tra le principali promotrici della festa nazionale: fu lei a codificare il menu — tacchino, salsa di mirtilli, torta di zucca — e a persuadere Abraham Lincoln a istituire ufficialmente il Thanksgiving nel 1863.