A pochi giorni dal Black Friday, un report di Greenpeace Germania svela, con dati scientifici, quali sono e a quale concentrazione le sostanze chimiche ritenute pericolose per la salute, contenute negli abiti prodotti dal marchio Shein. In realtà, si tratta di una conferma di quanto già scoperto tre anni fa in un precedente report sempre commissionato dall’organizzazione ambientalista. Dopo quell’indagine, l’azienda aveva ritirato gli articoli, impegnandosi a migliorare la gestione delle sostanze chimiche. Ma le nuove analisi dimostrano che il problema permane. Quest’ultimo report “Shame on you Shein!” ha preso in esame alcuni dei capi più venduti dal colosso cinese del fast fashion scoprendo che un terzo degli indumenti testati il 32% (18 su 56) non solo contenevano 11 sostanze considerate tossiche, ma la loro quantità superava i limiti stabiliti dal Regolamento europeo per le sostanze chimiche (REACH). Inclusi vestiti per bambini. Capi che sono considerati “illegali”, secondo la normativa Ue.
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di Paolo Travisi
L’impatto dei vestiti a prezzi stracciati
Eppure, con 363 milioni di visite mensili, Shein.com è il sito di moda più visitato al mondo, con un traffico superiore a quello di Nike, Myntra e H&M messi insieme. In qualsiasi momento, la piattaforma offre oltre mezzo milione di modelli, venti volte la gamma di H&M. Il colosso cinese continua a crescere, con un fatturato passato da 23 miliardi di dollari nel 2022 a 38 miliardi nel 2024. Si legge nel report di Greenpeace: “Parallelamente, le sue emissioni sono quadruplicate negli ultimi tre anni, e il poliestere – una plastica derivante dai combustibili fossili – rappresenta l’82% delle fibre utilizzate da Shein. Nonostante ripetute multe da milioni di euro, l’azienda continua a sfruttare scappatoie doganali e a violare le norme per la tutela dei consumatori e dell’ambiente, eludendo i controlli sulle sostanze chimiche e contribuendo a generare enormi quantità di rifiuti tessili”.








