«Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie», scrisse Giuseppe Ungaretti raccontando la prima guerra mondiale alla quale partecipava. Non siamo in guerra in Italia, anche se vi si gioca ogni tanto nelle città fra le proteste di qualche sindaco contro il ministro dell’Interno intenzionato non a scappare ma a vincerla, una volta che l’amministrazione locale l’ha di fatto incoraggiata condividendo le motivazioni degli agitatori ormai professionisti, e a tempo perso pure razzisti. No, ripeto. Non siamo in guerra. Ne siamo solo circondati. Ma quelle foglie che cadono dagli alberi, spesso anche fuori stagione, nelle primavere elettorali e non solo nell’autunno di questa stagione conclusasi col voto in Veneto, Puglia e Calabria, sono un po’ come gli elettori che non votano. E non occasionalmente ma a posto, votando in fondo anch’essi ma a modo loro, contro tutti indistintamente i partiti e gli schieramenti nei quali si collocano.
L’assenteismo è arrivato ormai alla consistenza di una maggioranza non relativa ma assoluta, come Giuseppe Conte, Roberto Fico ed Elly Schlein, in ordine alfabetico, più comprimari, hanno dimenticato saltellando allegramente per la vittoria a Napoli, dove la partecipazione alle urne è scesa sotto il 40 per cento. E per effetto di questo fenomeno la sinistra nel suo complesso ha potuto vincere un turno elettorale in una regione dove ha perso 800.000 voti: ottocentomila in lettere.






