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La ritorsione durissima del governo cinese contro il Giappone per una disputa su Taiwan è parte di una campagna che da un lato cerca di isolare Taiwan all’estero, e dall’altro vuole intensificare il nazionalismo della popolazione cinese sulla questione. Come ha scritto il Wall Street Journal, la Cina sta preparando la sua popolazione «a una nuova fase di pressione contro Taiwan».

Taiwan è un’isola di circa 23 milioni di abitanti che si governa autonomamente in modo democratico, ma che la Cina rivendica come propria: ha detto più volte di essere pronta a conquistarla con la forza. A inizio novembre la nuova prima ministra del Giappone, Sanae Takaichi, aveva detto in parlamento che se la Cina dovesse invadere Taiwan il Giappone potrebbe considerare l’attacco all’isola come una «minaccia esistenziale», e rispondere militarmente. Queste parole hanno provocato una reazione spropositata da parte della Cina, con insulti contro Takaichi e ritorsioni economiche e commerciali.

Tra le altre cose il regime cinese ha sconsigliato ai propri cittadini di viaggiare in Giappone, inviato la propria guardia costiera al largo di isole giapponesi contese, rinviato l’uscita di film prodotti in Giappone, sospeso l’importazione di prodotti ittici giapponesi. Minaccia ritorsioni ulteriori se il Giappone, come ha detto un portavoce del ministero degli Esteri, non «ritirerà le sue dichiarazioni errate […] e adotterà misure pratiche per ammettere i propri errori e correggerli».