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Nel giro di due settimane dalla sua nomina la nuova prima ministra del Giappone, la nazionalista di destra Sanae Takaichi, si è trovata nel pieno di una grave crisi con la Cina, la peggiore degli ultimi anni. La crisi è stata provocata da una dichiarazione della stessa Takaichi che a inizio novembre, parlando in parlamento, aveva detto che se la Cina dovesse invadere Taiwan il Giappone potrebbe considerare l’attacco all’isola come una «minaccia esistenziale», e rispondere militarmente.

Per la Cina la questione di Taiwan è particolarmente sensibile. L’isola ha 23 milioni di abitanti e si governa autonomamente in maniera democratica, ma il regime cinese la rivendica come propria, e si è detto pronto a conquistarla con la forza. La reazione alle parole di Takaichi è stata, come in altri casi del genere, spropositata.

C’è stata dapprima la reazione ufficiale del ministero degli Esteri: «La Cina sarà infine riunificata», ha detto un portavoce, aggiungendo che il suo governo «schiaccerà con decisione tutti i tentativi di interferire o bloccare gli sforzi di riunificazione della Cina». Poi sono arrivate le reazioni dei media e dei diplomatici. Xue Jian, il console generale della Cina a Osaka, in Giappone, ha scritto un post in giapponese sui social media che diceva: «La testa schifosa che si è esposta di sua iniziativa dovrà essere decapitata senza esitazione» (il governo giapponese ha poi convocato l’ambasciatore cinese, e Xue ha cancellato il post).