La prima uscita ufficiale di Alberto Stefani da presidente della Regione è per i cittadini: «Grazie Veneti!», scrive poco dopo le 17 sui suoi canali social. Due ore prima, al telefono, aveva sentito Luca Zaia. In mattinata deve aver trovato anche il tempo di andare dal barbiere: quando si presenta in sala stampa, nell’albergone alle porte di Padova trasformato in quartier generale per seguire lo scrutinio, il capello è impeccabile. Lo sguardo un po’ meno. Per la sua famiglia è stata una notte di preoccupazione: Paola, la nonna materna, ha avuto un malore, ricoverata.
È così che al centinaio di giornalisti che attendono di intervistarlo, Stefani dice: «Quando si assume una responsabilità amministrativa la vita privata viene sempre dopo la vita pubblica e così deve essere. Ma mi sia permesso dedicare questa vittoria a una persona a me cara che questa notte ha avuto delle difficoltà. E dedico questa vittoria a tutti i nonni che hanno lasciato un segno nella vita dei propri nipoti».
Poi parte il fuoco di fila di domande. Ma è una risposta a colpire particolarmente: quando Il Gazzettino gli ricorda del patto firmato con Fratelli d’Italia in base al quale cinque dei dieci assessori andranno ai meloniani, un rapporto di forze ribaltato dall’esito del voto, 35% a favore della Lega contro il 18% degli alleati, Stefani non tentenna: «I latini dicevano “pacta sunt servanda”. E i patti io li rispetto». Concetto ribadito più tardi dal segretario Matteo Salvini, partito appositamente da Milano per godersi una vittoria eclatante: «Godiamoci questo ruggito del leone che è frutto anche dei 15 anni dell’amministrazione di Luca Zaia», dice il Capitano, mentre in sala entra il coordinatore veneto di FdI Luca De Carlo.












