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Torna la prima edizione del torrenziale volume che smontò tutti i cliché degli intellettuali
"Quest'anno però senza fare storie, anche se la laurea la rimando ancora di una sessione (ma praticamente gli esami li ho finiti), la MG nuova me l'hanno pigliata lo stesso, bianca latte, deliziosissima. Come del resto è anche giusto: mio papà ha più di un miliardo e in casa siamo pochissimi. Un boccone di pane non dovrebbe mancare mai". Immaginate quando, nel 1963, uscì per Feltrinelli (che lo ripubblica adesso), da un giovane autore trentenne, nell'italietta politicamente democristiana e culturalmente comunista, la prima versione di Fratelli d'Italia di Alberto Arbasino, all'epoca giovane trentenne ricco, aristocratico, coltissimo, il più colto di tutto, e snobissimo, il più snob di tutti.
Nel 1963, quando fu anche fondato il Gruppo 63, una grande ammucchiata di avanguardisti con molta voglia di destrutturare il romanzo nel romanzo senza saperne scrivere uno, e ti arriva questo trentenne che scrive quello che definirei il primo e unico romanzo capolavoro realmente postmoderno, un romanzo sui romanzi, un romanzo sui discorsi culturali, un romanzo elefante affilatissimo e argutissimo e senza peli sulla lingua, lingua da scrittore nipotino di Gadda come pochi ce ne saranno. Elefante, come anche veniva chiamato lo stesso protagonista, che poi è stato l'elefante nella stanza della cultura italiana, l'elefante anche nel circolo degli zombi del Premio Strega (mai vinto uno, se non uno alla carriera, alla fine, per dirla arbasinianamente alla francese grazie al cazzo, signora mia).






