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Lo scontro Rubio-Witkoff, gli ultimatum seguiti da toni più concilianti. Fonti di Washington: "Non si capisce cosa accade, imbarazzante"

Ventotto punti ora scesi a diciannove. Una scadenza, quella del 27 novembre, giorno di Thanksgiving in America, spostata (forse) un po' più in là. Ultimatum lanciati via social, rimpiazzati il giorno dopo da toni più concilianti. Un segretario di Stato, Marco Rubio, che fa sapere a un gruppo di senatori Usa che l'inviato di Donald Trump, Steve Witkoff, si è praticamente fatto dettare il piano di pace per l'Ucraina dalla sua controparte russa Kirill Dmitriev. Lo stesso Rubio che poi smentisce e vola a Ginevra per prendere in mano la situazione e rassicurare ucraini e alleati europei.

In tutto questo, un presidente "poco attento ai dettagli", ansioso solamente di lasciarsi il conflitto alle spalle, per poter reclamare un'altra "vittoria", dopo le sconfitte politiche subite nelle ultime settimane. In breve, "il caos". È un anonimo funzionario dell'amministrazione Usa a raccontare al Washington Post il clima di questi giorni alla Casa Bianca. Ne esce un quadro di arrembante approssimazione nel quale Trump appare come spesso lo hanno descritto i suoi ex collaboratori: pronto a dare retta all'ultimo interlocutore in ordine di tempo, a prescindere dal valore delle proposte. "Gli dici: Cercherò di raggiungere un accordo. E lui risponde: Ottimo, vedi cosa puoi fare. E questo è il livello di dettaglio che ha", ha riferito il funzionario al Post. "È stato un caos assoluto, perché persino diverse parti della Casa Bianca non sanno cosa sta succedendo. È imbarazzante".