Un arco di quarant’anni, dal 1983 al 2023: quattro decenni che hanno attraversato alcuni degli eventi più intensi della storia recente, dall’ombra di Chernobyl alla caduta del Muro di Berlino, da Tangentopoli alla guerra in Kosovo, dal G8 di Genova alla crisi finanziaria, dai terremoti del Centro Italia fino alla pandemia. Il vino – con il suo legame indissolubile con l’annata – diventa un archivio vivente del tempo. Stappare una bottiglia significa tornare a ciò che il mondo era allora: lo scandalo del metanolo del 1986, la rivoluzione dei Supertuscan tra fine anni ’80 e inizio ’90, la riforma delle Doc e Docg del 1992, il boom dei vini territoriali intorno al 2010, la consacrazione del vino a Expo 2015 fino alle nuove sfide climatiche del post-Covid.

Nessuno interpreta meglio questo rapporto tra tempo e vino di Biondi Santi, custode di una library unica al mondo, che parte dal mitico 1888 e arriva fino ai giorni nostri. Ogni anno l’azienda seleziona una vecchia annata – appena cento bottiglie – da destinare ai mercati e ai clienti più importanti: un modo per valorizzare la storicità del brand e l’eccezionale longevità del Brunello.

Giampiero Bertolini e Federico Radi

“Siamo un anno indietro rispetto alle altre cantine – spiega l’ad Gianpiero Bertolini – perché diamo ai nostri vini un anno di affinamento in più in bottiglia. Da qualche anno mettiamo da parte cento bottiglie di una vecchia vendemmia, che ci servono a raccontare Biondi Santi nel mondo. Ogni anno il nostro enologo Federico Radi seleziona un’annata pronta in quel momento. La longevità sorprende tutti: sono vini che non hanno nulla di decrepito”.