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23 NOVEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 9:17

Paola ha quarant’anni, tre figli ed è astrofisico. Dopo dieci anni da ricercatrice precaria, ora insegna matematica e fisica alle superiori. “Con la terza gravidanza ho perso il treno. Mi è stato detto che la ricerca non era la mia priorità. Vedendola brutta ho fatto il concorso a scuola e per fortuna l’ho vinto”. Sara, anche lei fisico di 39 anni, di figli invece ne ha una. Ha quattro anni e vive con il padre a Roma, mentre lei fa su e giù dalla Spagna, dove ha ottenuto un contratto di post-dottorato: 2.330 euro al mese per tre anni, contro l’assegno di ricerca da 1.400 euro, rinnovato di anno in anno, che aveva in Italia dal 2020. Le due ricercatrici precarie hanno in comune il fatto di aver legato la loro attività all’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ente pubblico di ricerca dedicato allo studio dei costituenti elementari della materia e delle leggi fondamentali dell’universo, dove quasi un terzo del personale è precario: 800 lavoratori con anni di esperienza e di formazione alle spalle che sono esclusi da qualsiasi prospettiva di stabilizzazione. Nonostante svolgano attività fondamentali per gli esperimenti e i progetti di un ente che in tutto il mondo è riconosciuto come un’eccellenza scientifica italiana.