Al netto di didascalici e oggettivamente ridicoli vaneggiamenti sul “brodo primordiale”, pensateci: il tortellino in brodo è con discreta approssimazione la più efficace metafora culinaria della vita tout-court, dall’inizio alla fine.
Qualche suggestione, in breve: in giovinezza è patimento, ai piccini il piatto non gusta essenzialmente per il brodo (il tortellino, ad esempio con panna e prosciutto, non suscita ripulse). Il tortellino in brodo diviene poi illuminazione: lo si incasella come meraviglia culinaria quando si inizia ad avere contezza della propria esistenza (in termini anagrafici; i termini psicologici e sociali afferiscono ad altre sfere). La meraviglia culinaria del tortellino in brodo resta tale sino all’anzianità, quando il piatto diventa malinconia, ancora di salvezza, si pensi al risucchio respingente del nonno che fregandosene del bon-ton non ne spreca neppure una goccia.
D’altronde sin dai principi delle nostre esistenze il tortellino in brodo è -anche il piatto delle malattie, delle febbri, delle debolezze. Quando si è immaturi lo si deglutisce controvoglia, così come controvoglia si accolgono malattie e inciampi, circostanze a cui non si dà peso. Da adulto nessuno ambisce al malanno, ma ci si prodiga per respingerlo al meglio senza derubricarlo a inciampo (la consapevolezza delle conseguenze). E da adulti tutto ciò che concorre a un accrescimento viene glorificato. Logico, dunque, che un anziano- più prossimo ai confini dell’esistenza - non ne sprechi neppure un millilitro, al costo di asciugare il cucchiaio con quel risucchio che tradisce voglia di vita in purezza. Un processo forse inconscio.






