Ma cosa diavolo è questo doppiopesismo del corpo straziato e dell’anima perduta a cui siamo ormai assuefatti? Lo scorrimento delle home page dei siti che conta(va)no, ieri sera, sembrava un’escursione nella grande ipocrisia contemporanea, quella che riassume tutte le altre: alcuni morti sono più morti di altri (perdonate la brutalità, ma è quella che il mainstream impagina quotidianamente), e soprattutto danno più titoli.
Il discrimine mediatico non è la vita umana, non è nemmeno una torsione perversa della dottrina della “guerra giusta”. Anzi, si enfatizzano i civili uccisi da una democrazia impegnata nell’esercizio spesso estremo e condannato all’imperfezione dell’autodifesa, e si perdono di vista i civili uccisi da un’autocrazia impegnata nella pratica sempre barbara dell’aggressione. Ventotto morti (al momento in cui questo pezzo viene scritto) nella Striscia di Gaza per, copia&incolliamo dal Media Collettivo, “i nuovi raid dell’Idf”. Non si trova mai nei titoli, e raramente nei catenacci, quella quisquilia che una volta si chiamava l’antefatto: la violazione del cessate il fuoco certificato dall’accordo del 10 ottobre da parte dei galantuomini nazislamisti di Hamas, che hanno sparato contro i soldati israeliani di stanza oltre la “Linea gialla” a Khan Yunis. Tanto che nei “nuovi raid” (che quindi non erano figli di un malumore mattutino di Netanyahu, ma tecnicamente e militarmente una reazione prevista dalla stessa impalcatura della pax trumpiana) sarebbero stati eliminati il comandante della Brigata Zeitoun e il capo dell’unità navale di Hamas. Oltre a civili palestinesi, tra cui donne e bambini: ennesima tragedia non riscattabile da mettere sul conto infame dei tagliagole. Associazione logica elementare, che non viene svolta quasi da nessuno, mentre tutti titolano, postano, ritwittano, strillano sulla nuova “strage di Gaza”, ovviamente un altro capitolo del genocidio immaginario e mai interrotto, nel chiacchiericcio social-giornalistico nostrano.







