Avere pietà dei morti, di tutti i morti, è sempre doveroso. Ma arrivare quasi a celebrarne le gesta anche quando da vivi- si resero responsabili di comportamenti sbagliati è un tragico errore. Il tragico errore di cui parliamo si è manifestato ieri a Milano, in occasione del primo anniversario della morte di Ramy Elgaml.

Vale la pena di ricordare che, per quella triste vicenda, sono tuttora sotto indagine un carabiniere per concorso di colpa in omicidio stradale e altri quattro per depistaggio, con la pubblica accusa che, non accontentandosi di due perizie, ne ha sollecitata (per ora vanamente) una terza.

Con tutto il rispetto per chi non c’è più, è paradossale che tutto il racconto mediatico avvenga sempre dalla parte di Ramy, e quasi mai si faccia invece lo sforzo di cambiare prospettiva, mettendosi nei panni dei carabinieri. Proviamo a farlo qui, a un anno di distanza.

Primo: perché i due ragazzi in scooter, cioè Ramy e il suo amico, non si sono fermati al posto di blocco? E cos’avrebbero dovuto fare gli agenti se non tentare di raggiungerli, a quel punto?

Secondo: non è stata un’iniziativa dei carabinieri, ma dei fuggiaschi, quella di correre all’impazzata – contromano e in spregio di qualunque regola – per le vie di Milano, mettendo a rischio la vita propria e altrui. E di nuovo: cos’avrebbero dovuto fare i carabinieri se non inseguire i due fuggitivi?