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Ultimo aggiornamento: 14:10

La morte non è mai coerente, per nessuno. Non mi riferisco al dolore privato, che è sempre individuale e inestimabile, ma al suo riflesso nella cultura, ciò che crea una storia comune. La morte, in altre parole, come fatto sociale.

Quando Giorgio Armani muore, la notizia non è semplicemente riportata, è esaltata, ritualizzata, istituzionalizzata. I necrologi si trasformano in epiche, le foto diventano icone. I telegiornali aprono speciali sulla sua vita, un’epopea del genio italiano. La sua morte non è una morte, ma una consacrazione, un’apoteosi mediatica che rende eterno il suo mito. È il teatro della memoria occidentale: un uomo giustamente ammirato diventa una leggenda. È una morte che è una di noi, una morte che può essere raccontata su tutti i quotidiani, con articoli infiniti e infiniti particolari.

Diciottomila bambini che muoiono a Gaza, d’altra parte, non ricevono quello spazio, non viene concessa loro quella dignità narrativa. Neanche un piccolo particolare per raccontare quel genocidio. Anche mentre piangiamo un Giorgio, cancelliamo Seraj Ayad, Mohammed, Hussein Yousef, Mousa, Dunia. Non che i loro nomi diventino un coro, ma un sussurro perduto. Non hanno un evento conclusivo, hanno un’abitudine conclusiva. Si insinua nelle notizie come una cifra che risuona freddamente nei bollettini delle agenzie che da qualche parte, sono la vittima, o il danno collaterale, o il civile coinvolto. L’eufemismo è uno scudo: non vediamo i corpi, non ascoltiamo le storie, non documentiamo i sogni infranti. Non muoiono per diventare un ricordo; muoiono per essere un numero.