La riunione dei leader del G20 a Johannesburg, la capitale finanziaria del Sudafrica, coincide con un nuovo e un vecchio primato del Paese. Quello nuovo è l’ospitalità a un summit delle economie ricche sul suolo africano, sia pure con l’assenza rivendicata degli Usa di Donald Trump. Quello vecchio è l’etichetta che precede e accompagna la reputazione di Pretoria: il rango di «economia più industrializzata dell’Africa», un vanto che resiste con tutte le fragilità interne al Sudafrica e nell’ascesa di concorrenti continentali di lunga e nuova data, dalla Nigeria alla Costa d’Avorio.

La riunione del G20 insisterà su altri pilastri e appelli in arrivo dall’Africa, dal fantasma del climate change sulla tenuta economica del Continente all’esigenza di rivedere l’architettura finanziaria globale, sanando o attenuando la zavorra debitoria sulle spalle dei governi africani. Ma c’è un altro obiettivo tutto interno, lo sviluppo industriale di un Continente in bilico fra i margini di crescita e di espansione demografici ed economici e la fragilità di un tessuto economico tutt’altro che robusto. Anche nel suo cuore finanziario e appunto industriale, il Sudafrica.

L’«Industrialisation day» dell’Africa e il suo potenziale