Alla fine è sempre una ruota che gira. Tutto torna di moda, prima o poi. Ideato nel 1998 negli Stati Uniti dal rabbino Yaacov Deyo per aiutare gli ebrei scapoli a trovare un partner, negli anni Duemila lo Speed Date era diventato un fenomeno di costume globale, rappresentato anche in celebri serie tv come Sex and the City.

In Italia ci era arrivato l’anno dopo grazie all’intuizione dell’anglo-italiano Giuseppe Gambardella: trapiantarlo da Beverly Hills alla Pianura Padana poteva essere un azzardo. Ma il format degli incontri vis-à-vis a tempo seduti a un tavolino ha subito attecchito anche in Italia, così come aveva fatto anni prima il karaoke. Solo che anziché cantare, l’obiettivo in questo caso è rimorchiare.

La dimensione virtuale sta implodendo

L’esplosione dei social network del decennio scorso ha poi ridotto moltissimo le interazioni reali: dagli incontri con gli amici e alle telefonate si è improvvisamente passati a follower e chat digitali. Una dimensione virtuale che però alla lunga sta implodendo. «Lo dimostra il fatto che viviamo in un mondo iperconnesso eppure ci sentiamo sempre più soli», spiega il 55enne Gambardella. D’altronde li chiamano “social”, ma di “sociale” hanno ben poco: scrolliamo il telefonino e saltiamo compulsivamente di post in post, mettiamo Like alle story, ma si tratta pur sempre di un mondo artificiale. Le amicizie vere non sono quelle superficiali di Facebook o di Instagram: sono le relazioni che coltiviamo nella vita reale.