Firmate le pre-intese, è ora di fare chiarezza. E di silenziare il fastidioso sottofondo della sinistra, per cui l’unità nazionale sarebbe a rischio già da oggi. Puro terrorismo ideologico. L’Autonomia differenziata segna un nuovo punto a favore: la strada è ancora lunga ma i binari su cui viaggia sono quelli giusti. L’iter prosegue a passi spediti. Le quattro materie sul piatto sono “non-Lep”, ovvero non riguardano i livelli essenziali delle prestazioni. Per questi ambiti non serve che il Parlamento intervenga per stabilire quali sono i criteri minimi che tutte le Regioni devono rispettare (sia quelle che “aderiscono” all’Autonomia sia quelle che non lo fanno). Si tratta di sanità (precisamente coordinamento finanziario nell’ambito della sanità), Protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa.

Per quanto riguarda il primo capitolo, certamente il più importante, i vantaggi saranno cospicui. Oggi, infatti, è lo Stato a dare indicazioni alle Regioni su come muoversi al di sopra dei livelli essenziali di assistenza. Grazie all’Autonomia, invece, i governatori potranno decidere loro, in piena autonomia, la gestione dei fondi sanitari, ovviamente a patto che sia garantito l’equilibrio economico-finanziario. Risparmi di spesa più risorse proprie regionali uguale ampliamento della tutela della salute per i cittadini delle regioni interessate. Il ministro agli Affari regionali, Roberto Calderoli, ha sottolineato che in questo modo si introduce «maggiore autonomia nella gestione del sistema tariffario di remunerazione, nella programmazione degli interventi relativi al patrimonio edilizio e tecnologico in ambito sanitario oltre a fondi sanitari integrativi».