Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 17:53

Altro che rivoluzione libertaria. A parte una sparuta minoranza di integralisti contrari alle monete statali, il mercato delle criptovalute è un casinò per speculatori accaniti che giocano col cerino accanto alla tanica. E oggi la benzina prende fuoco. Bitcoin scivola sotto i 90.000 dollari dal massimo di 126.000 di ottobre: quasi -30% in poche settimane, un trilione secco bruciato dalla capitalizzazione totale di 3.200 miliardi. Lo scenario per il crash c’è tutto. La “spia rossa” di Wall Street lampeggia, anche i verdurai ora sanno delle sopravvalutazioni delle big tech per l’overdose di soldi sull’IA, la Fed cincischia con i tassi, e gli analisti tecnici sussurrano l’ovvio: potrebbe sparire un altro trilione. Ma tranquilli: è la “volatilità”.

Tecnicamente si chiama mercato orso, cioè ribassista. Dal 6–7 ottobre la capitalizzazione delle cripto ha perso oltre il 24–25%. Bitcoin è sceso a 89.500 dollari, invariato sull’anno (traduzione: dodici mesi di montagne russe per tornare al punto di partenza). Quando gli indici vanno giù, i primi a saltare sono i castelli di carte messi su da masse di speculatori, cioè la leva (soldi a buffo, no?), posizioni a margine aperte con denaro preso in prestito che, al primo scossone, vengono chiuse d’ufficio dagli algoritmi del trading da millesimi di secondo. È l’effetto domino. Un “margin call” tira l’altro, i prezzi scendono, altre posizioni saltano, e via a valanga. Solo i pochissimi con la testa, e le finanze, come il tipo di Big Short, prosperano. Gli altri si dannano, e gli sta bene.