Ce l’hanno spacciata come la moneta del futuro (e in un certo senso lo è): impalpabile, invisibile, incalcolabile. Ma è pure il terreno perfetto per le truffe del nuovo millennio: ché parliamoci chiaro, tolti i pochi addetti ai lavori, fatta la tara a qualche smanettone che passa le ore a fare “mining” (cioè a estrarle dai caveau cibernetici di qualche server dislocato in Kirghizistan o nel Bhutan), di criptovalute non sappiamo un piffero. Al momento un bitcoin costa oltre 96mila euro, ma il suo valore è calato e là fuori, cioè nel web, è una giungla. Pericolosa, tra l’altro: perché la regola vale nella vecchia finanza come in quella 2.0, i malintenzionati ci sono ovunque e chi non conosce quel che fa rischia di finire in mutante.

Associazione a delinquere e riciclaggio: è iniziato in questi giorni, a Torino, un processo su un presunto maxi raggiro basato tutto sulla moneta virtuale. Per raccontarlo bastano i numeri: almeno ottanta vittime (non solo piemontesi, che coprono un po’ l’intero territorio nazionale), otto imputati, sette con un patteggiamento già andato in porto e uno che ha scelto la via del dibattimento, due reati contestati e qualcosa come dieci milioni di euro finiti nel frullatore del www.