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14 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 6:48
C’era una volta, appena quattro mesi fa – un’eternità nel calendario dei pesci con l’anello al naso – il mitico Bitcoin a quota 126 mila dollari, che avrebbe dovuto salire a 250.000 o anche 400 mila, stanti le dritte dei soliti analisti a credibilità zero. I “cripto-fenomeni” e i vati del Vangelo secondo l’Algoritmo ci spiegavano, con l’aria di chi la sa lunghissima, che eravamo finalmente davanti all’Oro Digitale, la moneta del popolo che avrebbe mandato in pensione banche, Stati e burocrati. Oggi, mentre il suddetto Oro è ruzzolato a 68mila con la grazia di un sacco di patate lanciato dal quinto piano (nel mio ultimo post sul tema qui sul Fatto quotava 90.000 e ho preso 250 insulti dai lettori), quegli stessi geni ci dicono che è solo “volatilità”, una specie di salutare rinfrescata alle ascelle del mercato. Contenti loro, e soprattutto contenti i ritardatari dell’ultima ora che sono entrati in ottobre e oggi si ritrovano con un rinfrescante -50% sul groppone. Dimezzati: poveretti, come soffrono. Se succede una cosa del genere in finanza, uno si ritira.
La novità degli ultimi tempi, ci informano, sono gli ETF. Per i non addetti ai lavori, è il modo in cui la finanza speculativa ha impacchettato il rischio (Bitcoin compreso) per venderlo nei canali ufficiali dei grandi marchi di Wall Street. Ci dicevano: “È più facile, compri in banca!”. E infatti è facilissimo, il tappeto rosso steso all’ingresso si è trasformato in una botola oleata all’uscita. Appena tira aria di tempesta, i capitali “coraggiosi” scappano più veloci di uno sprinter quando sente lo sparo, comprimendo i tempi del disastro.








