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Ultimo aggiornamento: 14:32

“E’ incredibile quello che hanno visto ieri sera i miei occhi per non più di cinque minuti, fin troppo esaurienti, alla televisione… Ho realizzato solo dopo un po’ quello che stavo vedendo: due donne molto simili l’una all’altra stavano facendo evoluzioni d’una assoluta facilità, come due automi caricati a molle, che sanno fare solo quei due o tre gesti, capaci di dare una inalterabile e iterativa soddisfazione al bambino che li osserva. Due o tre mossucce idiote incastonate in un ritmo che voleva essere gioioso e invece era soltanto facile”.

Chi erano sono le due donne molto simili l’una all’altra, i miei venticinque lettori l’avranno già capito, le gemelle Kessler, ovviamente. Ma chi è che scrive questi giudizi così severi (e ho tralasciato la parte successiva ancor più pesante)? Nientemeno che Pier Paolo Pasolini in un articolo apparso su Il Tempo il 1 novembre del 1969 dal titolo Canzonissima (con rossore). E allora la domanda sorge spontanea ma soprattutto ineludibile in questo momento in cui le gemelle Alice ed Helene Kessler vengono celebrate come esempio di una comunicazione elegante, raffinata e persino protofemminista: come è possibile un simile giudizio? che senso ha? e aveva ragione Pasolini, qualche ragione?