Se l’obiettivo era chiudere il girone meglio di come si era aperto, possiamo dire di aver fallito miseramente. Un 1-4 in casa è persino più pesante, più umiliante, del 3-0 rimediato a Oslo cinque mesi fa. C’è solo un lato positivo: forse, così, non mentiremo più a noi stessi. Non paventeremo più improbabili 9-0 da rifilare alla Norvegia, come se fossero una possibilità di questo mondo. L’Italia, in questo momento, è una nazionale di secondo piano e una federazione che non riesce ad ammetterlo. L’Italia è una squadra che soffre tutto ciò che il calcio contemporaneo sta offrendo: la fisicità, l’intensità, i duelli individuali. Siamo anacronistici. Dovremmo accettarlo e iniziare a raccontarci una storia diversa, quella di un’Italia che appartiene al secondo livello del calcio mondiale, invece ci nascondiamo dietro al dito puntato contro il sistema di qualificazioni. Di sicuro è da riformare, ma intanto dovremmo benedire l’esistenza dei playoff che ci offrono una seconda possibilità.

Dovessimo fallire anche quella, nessuno sarebbe immune da colpe perché tutti partecipano a questo continuo rimando della rifondazione. Rifondazione della squadra Nazionale, non del nostro calcio, sarebbe troppo ambizioso e davvero poco italiano.