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Ultimo aggiornamento: 16:03
di Paolo Gallo
Ci sono vicende che, pur nella loro complessità diplomatica, non possono essere ridotte a un faldone che giace su una scrivania ministeriale. Restano, prima di tutto, storie umane che interrogano un Paese intero sulla propria capacità di cura. Una di queste è il caso di Alberto Trentini, cooperante italiano detenuto da mesi in Venezuela, circondato da un silenzio istituzionale che pesa come una coltre immobile. Uno stallo che non si misura sui documenti, ma sulle vite. E su una in particolare: quella di una madre che aspetta.
Al di là delle dinamiche diplomatiche e delle comunicazioni riservate, ciò che colpisce oggi è la sensazione di sospensione che avvolge questa vicenda. Un vuoto informativo che si traduce in un vuoto emotivo, lasciando la famiglia di Alberto intrappolata in un’attesa senza appigli, senza date, senza spiegazioni. In situazioni come questa, persino l’assenza diventa una notizia; persino il silenzio assume il peso di una condanna.











