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Quando l’Accordo di Parigi sul clima fu sottoscritto dieci anni fa, la maggior parte dei paesi del mondo si impegnò ad attuare politiche per limitare il più possibile l’aumento della temperatura media globale, riducendo per esempio le emissioni di anidride carbonica e altri gas serra. Si erano dati il limite di un aumento di 1,5 °C della temperatura (rispetto al periodo preindustriale) entro la fine del secolo, ma quella soglia è stata temporaneamente già superata e appare ormai improbabile che l’obiettivo sia raggiunto. È un fallimento, ma parziale: nell’ultimo decennio ci sono stati importanti progressi in parte attribuibili proprio al trattato.

L’anniversario è al centro, per lo meno simbolicamente, della conferenza sul clima (COP30) iniziata lunedì 10 novembre a Belém, in Brasile. Proprio come dieci anni fa, i rappresentanti di quasi tutti i paesi del mondo stanno lavorando alla definizione e alla revisione di molte politiche sul clima. Ci sono praticamente tutti, tranne gli Stati Uniti che non hanno inviato rappresentanti di alto livello e che, per volere del presidente Donald Trump col suo negazionismo climatico, all’inizio del prossimo anno usciranno dall’Accordo di Parigi e non rispetteranno gli impegni assunti negli ultimi anni per ridurre le emissioni e il consumo di combustibili fossili (nel 2017 aveva fatto la stessa cosa).