“E’ stato un peccato che io abbia scritto Cavalleria come prima opera. Sono stato incoronato prima di essere re”. Lo diceva con un po’ di amarezza, in tarda età, Pietro Mascagni guardando alla sua intensa carriera di operista. Balzato agli onori della cronaca internazionale con il suo primo titolo, si rese conto subito anche lui che Cavalleria rusticana sarebbe stata un unicum, ineguagliabile e inimitabile. Non a caso se altri suoi titoli stentano a trovare accoglienza sui palcoscenici nostrani, Cavalleria è opera saldamente popolare e rappresentata. Se ne è avuta ampia dimostrazione ieri: per il ritorno dell’opera ispirata a Verga, il Carlo Felice era gremito come raramente accade con platea e galleria affollatissimi. Purtroppo lo sciopero indetto dalla sigla sindacale Snater ha “azzoppato” l’esecuzione riducendo sensibilmente il numero dei coristi e soprattutto eliminando dall’orchestra l’arpa che nella partitura di Mascagni ha un ruolo assolutamente non secondario.L’allestimento già visto alcuni anni fa portava la firma dei registi Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi e di Federica Parolini per le scene. La direzione musicale era affidata alla giovane bacchetta di Davide Massiglia.

Apripista del cosiddetto e discusso “verismo musicale” Cavalleria rusticana è opera non facile sul piano esecutivo: il rischio, sempre incombente, è quello di scivolare in una lettura ridondante, quasi bandistica, specchio della esplosione di passioni incontrollate. In realtà, ad un attento lavoro di concertazione si scoprono nella partitura di Mascagni molti elementi interessanti. Sul podio dei complessi stabili, Massiglia ha avuto qualche intuizione felice negli slanci lirici più appassionati, ma è parso in difficoltà nelle sezioni ritmicamente più articolate con sfasature fra palcoscenico e buca orchestrale e in rallentandi a volte eccessivi (l’ira di Turiddu sembrava un po’ frenata). Nel cast, si è messa in luce Veronica Simeoni, una eccellente Santuzza per vocalità e efficace presenza scenica. Luciano Ganci ha restituito un Turiddu generoso (ininfluente un piccolo incidente di percorso nel finale), Gezim Myshketa ha dato a Alfio voce robusta. Bene anche Nino Chikovani (Lola) e soprattutto Manuela Custer (mamma Lucia).I due registi Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi hanno lavorato in un impianto scenico fisso ispirato all’antico teatro greco, hanno introdotto alcune maschere e recuperato antiche tradizioni sicule.