VERONA. Il principale motivo d’interesse del nuovo “Ernani” al Filarmonico di Verona era il debutto nel rôle titre di Antonio Poli, peraltro subentrato a un collega inizialmente previsto. “Ernani” è la quinta opera di Verdi, e quella delle prime volte: per la prima volta non scrive per la Scala, per la prima volta scrive per la Fenice, per la prima volta collabora con Francesco Maria Piave. E questo Verdi trentunenne mostra una certa qual incertezza nella scrittura per il tenore. Il primo Ernani fu infatti Carlo Guasco, di estrazione rubiniana, come dimostrerebbero la delicatezza di alcune melodie che è d’obbligo cantare piano e perfino qualche passo brillante, come la cabaletta del primo atto. Ma in altri momenti la scrittura è decisamente più tesa e concitata, e sembra già presagire i tenori verdiani che verranno; dunque, non si capisce bene che tipo di vocalità Verdi avesse in testa. L’unica cosa certa è che la parte risulta alla fine assai difficile. Poli ostende la più bella voce tenorile apparsa in Italia, e non solo qui, negli ultimi anni; l’attacco dolcissimo della cavatina “Come rugiada al cespite” è uno di quei momenti che danno ancora un senso all’andare a teatro, e risvegliano il loggionista che è in tutti noi operoinomani e operanomadi. In generale, al netto di qualche parola sbagliata di troppo e di qualche suono “indietro” nel passaggio di registro superiore, il suo mi sembra uno dei migliori Ernani ascoltati negli ultimi lustri. Il fraseggio è sempre curato e vario, all’occasione giustamente eroico (“Oro, quant’oro ogn’avido”), ma il meglio sono gli splendidi pianissimi di “Ah, morir potessi adesso” e del finale. Anche la presenza scenica è appropriata, anzi lo sarebbe se Ernani, un giovane ribelle poco più che adolescente, non avesse misteriosamente i capelli bianchi e quindi non sembrasse più vecchio di Carlo e addirittura del vegliardo Silva.