Pochi giorni dopo il vertice sull’allargamento dell’Unione Europea, in cui si è sostanzialmente detto che l’Ucraina è sulla buona strada per diventarne membro ma deve fare i compiti sulla corruzione, a Kiev è scoppiato quello che è stato definito il più grande scandalo della presidenza Zelensky. Un caso?
Non esattamente. Che qualcosa stesse succedendo era già una certezza da questa estate quando il governo ucraino ha ripristinato il controllo delle agenzie anticorruzione, la Nabu (Ufficio Nazionale Anticorruzione dell'Ucraina) e la Sap (Procura Specializzata Anticorruzione), salvo poi fare marcia indietro dopo le proteste popolari e quelle degli alleati occidentali.
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Sono proprio tali agenzie ad aver rivelato lunedì scorso di aver condotto un’inchiesta durata 15 mesi, denominata “Operazione Mida”, dalla quale è emerso un complotto orchestrato da vari personaggi che ricompaiono puntualmente in altri scandali, per estorcere circa 100 milioni di dollari al settore energetico ucraino. In sostanza il gruppo coinvolto è accusato di aver costretto Energoatom, la società statale che si occupa tra le altre cose della gestione delle quattro centrali nucleari attive nel Paese, a pagare tangenti del 10-15% per evitare il blocco dei pagamenti per i servizi o la perdita dello status di fornitore. «Qualsiasi azione efficace contro la corruzione è assolutamente necessaria», ha detto Zelensky parlando anche di «inevitabilità della punizione», ma la vicenda si sta trasformando in una grave crisi politica per il presidente che era arrivato al potere accusando di corruzione e nepotismo l’allora presidente e suo principale rivale Petro Poroshenko.












