È ancora presto per dire se la scorsa settimana Volodymyr Zelensky si sia giocato il suo futuro da incontrastato presidente dell’Ucraina, ma certo la firma sul disegno di legge che avrebbe privato della loro autonomia il Nabu e il Sapo, cioè le due importanti agenzie anticorruzione, le manifestazioni di piazza che ne sono seguite, e la repentina marcia indietro dopo l’intervento dell’Unione Europea, hanno proiettato una luce fosca sul suo futuro. A suo dire il nuovo disegno di legge presentato, sui cui dovrà esprimersi il Parlamento entro la fine della settimana, ha già risolto l’equivoco con il ripristino dell’indipendenza delle due agenzie e il plauso incondizionato delle stesse. Ma è davvero così? Secondo i sostenitori di Zelensky la vicenda dimostra la maturazione democratica dell’Ucraina con la società che ha reagito a un errore di un governo sotto pressione da 3 anni e mezzo per la guerra e lo stesso governo che prontamente ne ha posto rimedio.
Secondo i detrattori si tratta invece dell’esatto contrario, e cioè che la vicenda è solo l’ultimo capitolo della parabola di un governo mosso dalla tentazione autoritaria e che nel caso specifico ha deciso di limitare i margini di indipendenza delle agenzie anticorruzione quando le stesse hanno iniziato a interessarsi alla cerchia ristretta di Zelensky, in particolare all’ex vice primo ministro Oleksiy Chernyshov. La scusa utilizzata dal presidente è stata la stessa che gli ha permesso di mettere fuori gioco parte dell’opposizione, cioè quella di tenerle lontane dalle possibili ingerenze russe. Una scusa giustificabile quando a inizio guerra ha messo fuori legge gli 11 partiti filorussi, un po’ meno quando ha iniziato ad accanirsi contro uno dei suoi principali oppositori, l’ex presidente Poroshenko, sanzionato a inizio anno dal governo con l’accusa di aver «guadagnato miliardi svendendo l’Ucraina».







