Per comprendere chi fosse Paolo Adinolfi bisognerebbe partire dall’immagine che i suoi familiari diffusero in tutta la città. Dal sorriso mite, che celava una moralità inattaccabile. Un uomo e un magistrato perbene, incappato negli affari opachi di Enrico Nicoletti, il “cassiere” della Banda della Magliana, e nelle sue società. Adinolfi indagò sulla Fiscom, la finanziaria di Nicoletti, chiedendo che ne venisse decretato il fallimento. Era il giugno del 1992, Adinolfi all’epoca era in carico alla sezione fallimentare del Tribunale Civile. Andò in vacanza e un suo collega chiese e ottenne di annullare il provvedimento. Un episodio inquietante, forse il nodo cruciale che lega la scomparsa del magistrato a Nicoletti e all’inestricabile matassa di interessi economici, politici e criminali che il “cassiere” e la Banda della Magliana hanno rappresentato.
Adinolfi era un corpo estraneo rispetto alle condotte fin troppo morbide di molti dei suoi colleghi. Nella primavera del 1994 chiese di lavorare presso la sezione fallimentare della Corte d’Appello per allontanarsi da quegli ambienti, e per dedicarsi con più attenzione alla famiglia, che per lui era una vera ragione di vita. Un magistrato del Tribunale civile di Milano, Carlo Nocerino, nello stesso anno indagava su un’altra società riconducibile a Nicoletti, la Ambra assicurazioni. Sempre in quel periodo Tommaso Buscetta tirò in ballo Ernesto Diotallevi, altro imprenditore legato a Nicoletti e alla Banda della Magliana, coinvolto nelle indagini sulla Fiscom che Adinolfi aveva condotto con scrupolo, scoprendo che in quella finanziaria erano gravitati affaristi, uomini dei servizi ed esponenti della criminalità organizzata. Il pm milanese ne parlò al telefono con Adinolfi alla fine di giugno del 1994. Si lasciarono con l’impegno di vedersi di persona perché il magistrato scomparso aveva informazioni importanti da riferire. E invece pochi giorni dopo Paolo Adinolfi sparì nel nulla.










