BELÉM (Brasile) - La samba si interrompe solo quando il grande capo indigeno Raoni Metuktire sta per prendere la parola. Ha quasi un secolo sulle spalle, il leader di tutti i popoli indigeni dell’Amazzonia, ma questo evento non se lo sarebbe perso per nulla al mondo: “Siamo qui per fare la storia, dobbiamo unirci e fermare la distruzione della natura. La risposta alla crisi? Siamo noi”. Il messaggio del 93enne carismatico leader del popolo Kayapò è un grido di battaglia dei popoli indigeni feriti che ieri hanno navigato sul fiume Guamà, nella baia di Belém, a bordo di oltre 100 imbarcazioni tra battelli e piccole lance a motore. In migliaia, senza scarpe, con i copricapo ricoperti di fiume e persino arco e frecce ancora in mano, hanno navigato per settimane dormendo a bordo di amache sulle navi partendo dal cuore dell’Amazzonia, dal Perù alla Colombia all’Ecuador sino al Brasile per arrivare al cospetto di potenti, delegati e leader mondiali riuniti alla Cop30.
Cop30, dal cuore dell'Amazzonia arriva la "flotilla indigena"
di Giacomo Talignani
11 Novembre 2025
Nelle sale della grande conferenza sul clima i negoziatori si pongono domande su come fermare emissioni e crisi del clima, i popoli indigeni si propongono come la risposta. Spiegano che bisogna fermare l’agricoltura intensiva - come quella della soia - che sta distruggendo l’Amazzonia, polmone verde che si sta trasformando in savana ed è passato da essere pozzo a fonte di carbonio. I cartelli sono contro l’”agrosoia”, la deforestazione, le infrastrutture idriche invasive, i permessi petroliferi come quelli che il governo Lula ha da poco autorizzato nel Rio delle Amazzoni. Gli indigeni chiedono al mondo di fare un passo indietro, di ridare spazio alla natura “che ho visto scomparire” ricorda Raoni. In certe zone dell’Amazzonia gli uccelli non cantano più, raccontano a bordo di una nave i quilombola (i discendenti delle comunità africane), gli indios del fiume, i pescatori e i contadini, e anche le piogge a causa delle emissioni create altrove stanno mutando completamente nella grande foresta pluviale grande due volte l’India. Colpirla ancora, sarebbe la fine: “Non lo permetteremo - tuona il leader del Mato Grosso davanti a quasi 300 capi indigeni - l’ho detto a Lula e Macron: non trivellare qui, non costruire ferrovie”.












