Dopo la puntata di Report, ecco la richiesta di dimissioni. Sigfrido Ranucci-Garante per la privacy, atto secondo. Ieri il giornalista era a Firenze Firenze per presentare lo spettacolo «Diario di un trapezista», in programma oggi a Giunti Odeon, e il suo libro «La scelta». Appuntamento che ha offerto a Ranucci l’occasione per tenere alta la tensione sull’Autorità per la tutela dei dati personali. Ranucci è partito prendendo di mira la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «La premier non può dire che quella roba non gli interessa, che non è cosa sua, anche perché ci sono dentro dei membri eletti direttamente dal partito e anche dalla Lega».

Ranucci ha poi definito la vicenda del Garante della privacy «una delle pagine più brutte della democrazia degli ultimi anni». Soprattutto perché quanto denunciato nella sua trasmissione «non è frutto di un furto o di un’appropriazione indebita, ma di informazioni che ci sono state date dentro quell’ufficio. E se in quell’ufficio ci sono dei dipendenti che non ne potevano più di quell’andazzo vergognoso, ci sarà un motivo». La politica, ha osservato, dovrebbe prendere coscienza «di aver scoperto di aver creato un mostro, perché in questo momento non è in grado neppure di mandarli a casa, di licenziarli: paradossalmente c’è l’imputazione di impeachment per il presidente della Repubblica, ma chi fa gli impicci in un’Autorità garante non si riesce a mandarlo via per legge. È paradossale». Conclusione: lui non ha sbagliato niente, al contrario di Meloni.