C’era un tempo in cui, all’inizio di novembre, l’Italia del vino aveva un solo pensiero: il Novello. Non era una moda, era un rito. Prima la data d’uscita era il 14, poi in Toscana si decise che per i prodotti della regione si poteva anticipare al 6, per cogliere l’entusiasmo delle prime serate fredde, le castagne sul fuoco, la voglia di stappare qualcosa che sapeva ancora d’uva. Si aspettava quel giorno come una piccola festa laica: il vino nuovo che arriva, il colore rubino nel bicchiere, il profumo che riempie la cucina.

L’EVENTO

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A CURA DELLA REDAZIONE DEL GUSTO

Negli anni Ottanta e Novanta il Novello era un fenomeno vero. Le cantine si contavano a migliaia, le bottiglie in milioni. C’erano manifesti, degustazioni, il Salone del Vino Novello a Vicenza, giornalisti e fotografi, pagine intere dedicate sui quotidiani. La Toscana e il Veneto, allora, facevano da capofila, ma tutta l’Italia seguiva con entusiasmo. Il Novello era il simbolo di un Paese che aveva voglia di bere leggero, di sentirsi moderno, di avere anche lui il suo Beaujolais nouveau. Poi, piano piano, la magia si è smarrita. Un po’ perché la festa era diventata routine, un po’ perché la qualità non ha sempre tenuto il passo. La macerazione carbonica — quella tecnica che trasforma gli acini interi in un vino morbido, profumato e gentile — è rimasta a metà: per legge bastava che il 40% delle uve la facesse, il resto si poteva vinificare normalmente. E così il Novello si è allontanato da sé stesso. Alcuni lo facevano davvero bene, altri in fretta e furia. Risultato: un vino senza coerenza, una bottiglia che poteva sorprendere o deludere, a seconda di chi la firmava.