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Lunedì 10 novembre inizierà la COP30, l’annuale conferenza sul clima che riunisce i rappresentanti di quasi tutti i paesi del mondo per discutere le politiche da adottare per affrontare il riscaldamento globale. La conferenza, che nei giorni scorsi è stata anticipata dall’incontro dei leader di molti paesi, ha un forte valore simbolico: si tiene nella città brasiliana di Belém in Amazzonia, la grande foresta pluviale che ha subìto negli anni una forte deforestazione, ed è organizzata dopo dieci anni dall’Accordo di Parigi, il più importante trattato sul clima degli ultimi tempi.

La conferenza non inizia sotto i migliori auspici e c’è un certo scetticismo sulla possibilità di arrivare a nuovi accordi su misure veramente incisive, sia nella riduzione delle emissioni di gas serra sia nell’aumento dei finanziamenti da parte dei paesi più ricchi verso quelli più poveri che già stanno sperimentando i costi del cambiamento climatico. Senza portare alcuna prova e contraddicendo decenni di consenso scientifico, il presidente statunitense Donald Trump ha definito la crisi climatica «un imbroglio» e ha detto che gli Stati Uniti non parteciperanno alla conferenza con rappresentanti di alto livello. Inoltre, rispetto a dieci anni fa le tensioni internazionali sono aumentate e questo potrebbe ostacolare i negoziati e l’ottenimento di qualche compromesso.