Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 17:38

Ok, lo faccio davvero: da tifoso del Napoli mi tocca fare un elogio alla Juventus. Non alla Juve delle ultime stagioni, ma a quella col vecchio DNA, che ha trasformato la vittoria in un’abitudine organizzativa e non in un’impresa episodica. Nove scudetti consecutivi con tre allenatori diversi non sono un’eccezione statistica: sono la prova di un sistema che regge il peso della ripetizione perché la vittoria viene trattata come lavoro quotidiano, linguaggio comune, processo che sopravvive alle persone. Al netto degli scandali (riprovevoli), che però nella narrazione hanno finito per agire da rumore di fondo più che da freno alla continuità dei successi, il punto è proprio questo: lì la pressione del “vincere ancora” è stata gestita come cultura, non come impresa eroica. È un dato che la cronaca ha scolpito, con Conte ad accendere il ciclo, Allegri a stabilizzarlo e Sarri a mettere il nono sigillo, mentre fuori dal perimetro di Torino tanti (e talvolta anche gli stessi) tentavano di replicare senza riuscirci con la stessa continuità.

Gli spogliatoi raccontano ciò che la letteratura manageriale (e l’esperienza diretta) conferma. Dopo il primo titolo cambia la chimica invisibile che muove i gruppi: l’appagamento, la difesa del già conquistato, la narrazione esterna che passa dal “costruire” al “confermare”, la micro–ansia del “non sbagliare” al posto dell’ardore del “provare”. È il passaggio più sottovalutato, quello in cui la qualità della motivazione scivola dall’intrinseco all’estrinseco se l’ambiente non protegge autonomia, competenza e appartenenza: quando queste tre leve non sono presidiate, l’energia competitiva si sfilaccia, prima nella testa e poi nelle gambe. La letteratura che ha messo radici nello sport su questi temi non è una moda: è un canovaccio robusto per leggere ciò che vediamo ogni estate quando si ricomincia da campioni.