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Ultimo aggiornamento: 7:33

Nel bel mezzo del Novecento Thomas Stearns Eliot, grande poeta anglo-americano (e pure robusta tempra reazionaria), si chiedeva “dov’è la saggezza che perdemmo con la conoscenza? Dov’è la conoscenza che perdemmo con l’informazione?”. Parole suggestive, preziose per capire come l’Occidente abbia irrimediabilmente dilapidato cultura, identità e autostima, ma che non valgono per l’America profonda; il cui livello di conoscenza è il “allo straniero prima si spara” dei vecchi film western, “il lieto fine come fede nazionale” (Mary Mc Carty) quale pseudo saggezza. Caso umano che più del vate ci aiuta a capirlo il canzonettista: Giorgio Gaber, canticchiando “gli americani sono gli unici al mondo che a Disneyland non si sentono idioti neppure per un attimo”.

Casa Disney, la multinazionale dell’intrattenimento, nata dai fumetti e proseguita con i film blockbuster; sempre armamentari bellico-comunicativi, insieme a CocaCola e all’insapore polpetta di carne nel panino, al servizio dell’americanizzazione più rimbambente: il concentrato stelle-e-strisce di significanti e stili di vita a conferma della propria straordinarietà. Meglio della CIA e delle conferenze TED (sempre non si tratti della stessa roba). Un mix di rappresentazioni infantilizzanti impersonate dai due tycoon di quest’epoca regressiva.