Un rampollo della nobile famiglia dei Doria è alto quasi due metri. Le misure da cestista sono quelle di un quadro rarissimo, che ritrae nel 1545 Nicolò Doria in posa aristocratica, mano sicura sul fianco, look total black come voleva l’immagine-tipo del gentiluomo colto e virtuoso, busto girato di tre quarti a simulare un’elegante naturalezza e, infine, occhi negli occhi dello spettatore che lo scruta intimidito. Passato di mano per cinquecento anni, dalla stessa casata dei Doria a un antiquario e mercante nella Milano austriaca, fino alla dimora nel romanticissimo Shropshire di un Lord inglese cavaliere della regina Elisabetta, il dipinto è approdato dieci anni fa nel caveau di un imprenditore italiano che lo ha acquistato a un’asta internazionale ed ora, per la prima volta, lo concede in prestito per una mostra che ne svela la genesi e i misteri.

Promossa dalla Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi in corso Venezia 32, curata da due esperti italiani di old masters, Simone Ferrari e Alberto Cottino, l’esposizione blasonata è il classico “one man show” da capolavoro ritrovato e corredato di una narrazione che affonda fra le pieghe della storia dell’arte. Sullo sfondo di una lunga letteratura, che incornicia l’evoluzione del grande ritratto veneziano, da Giorgione a Tiziano, e ne spiega la tensione verso i moti dell’animo, le sfumature melanconiche, il tuffo nella dimensione intima dello sguardo, la figura di Nicolò gareggia con pochi giganti simili (per statura fisica del quadro…), fra cui il ritratto di Carlo V con il cane di Tiziano al Prado di Madrid o il Gentiluomo del Moretto alla National Gallery di Londra, anche loro alti un metro e novanta e considerati gli unici esemplari al mondo di effige a figura intera dalla mole statuaria.