Il Tintoretto è dentro la sua pittura. Non l’ha copiato. Lo ha respirato. È stato una sua identificazione, come ha scritto lui stesso nel ’91 per la mostra alla Scuola Grande di San Rocco in Venezia. Parliamo di Emilio Vedova, protagonista della stagione dell’Informale, che ha avuto nei confronti del concittadino, Jacopo Robusti detto Tintoretto, più di una vicinanza, una vera e propria continuità spirituale, estetica e culturale nata da lunghe frequentazioni davanti alle “sequenze divoranti di San Rocco”.Un dialogo speciale con colui che secondo il contemporaneo Vasari era “il più terribile cervello che abbia mai avuto la pittura, capace di una composizione del tutto diversa e contraria” rispetto alle opere degli altri pittori. Proprio quella forza drammatica e visionaria della composizione con la tragicità della luce e il senso del movimento, sono i caratteri simbolici che Vedova ha perseguito nelle sue tormentate opere, alla ricerca della stessa verità espressiva. Non a caso, entrambi si rivelano nella gestualità rapida, energica , non decorativa ma esistenziale. Ecco che allora “Vedova Tintoretto. In dialogo” è il titolo più appropriato per il percorso espositivo allestito da Palazzo Madama-Museo Civico d’Arte Antica e Fondazione Emilio e Annabianca Vedova.
Tintoretto e Vedova, il respiro dell’allievo nella pittura del maestro
Esposto anche l’“Autoritratto” del 1588 in prestito dal Louvre






