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La GenerazioneZ sullebarricate nelle periferie delmondo
C’è un ragazzo con una bandiera alzata sopra la testa. È bianca, pulita, e al centro c’è un cappello di paglia disegnato come in un manga. Potrebbe essere a Teheran, a Parigi o a Hong Kong. Potrebbe gridare libertà o semplicemente cantare una canzone che nessuno capisce. Potrebbe non sapere neppure chi sia Marx o cosa sia la rivoluzione, ma sa che quel simbolo racconta qualcosa di lui. È la «straw hat flag», la bandiera nata dal mondo di One Piece , diventata il segno planetario della generazione Z, quella che si ribella senza sapere esattamente per cosa o contro cosa. La rivolta è un sentimento, un controdestino, un no a prescindere e sicuramente qualcosa di più di un malumore. La cosa anomala è che i fuochi si accendono in quelle che vengono considerate periferie del sistema globale e non sono accesi dagli intellettuali occidentali in eterna rivolta contro l’occidente. I «maestri del pensiero » inseguono, affannati e piuttosto sbalorditi, le piazze di questi poco più che quindicenni, e i più vecchi non superano il quarto di secolo, che non vogliono rinnegare l’ultima, nuova, modernità, ma chiedono che possa coinvolgere anche loro. I tentativi di metterci sopra cappelli apocalittici, pauperistici o semplicemente «comunisti» finiscono così per fallire, perché è una fame concreta che non si veste di utopia. Ora però stanno facendo i primi conti con la disillusione.






