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Parlamento in fiamme, si dimette il premier. Appello dell’esercito: "Ora basta violenza"
Esempio più unico che raro di leader comunista eletto democraticamente alla guida di un governo, il nepalese Sharma Oli ha dovuto aggiungere ieri un altro punto al suo record: ha dato le dimissioni. Chiunque al suo posto, in realtà, lo avrebbe fatto. Perché il poverissimo Nepal, che qui siamo abituati a considerare unicamente sotto il profilo turistico in quanto Paese himalayano per eccellenza che ha tra l’altro nel suo territorio il mitico monte Everest, è teatro da giorni di una violentissima rivolta giovanile, che ieri ha raggiunto il suo culmine.
I manifestanti hanno sfidato il coprifuoco imposto già venerdì scorso e la brutalità delle forze di sicurezza, che da quelle parti non scherzano e che lunedì avevano ucciso 21 di loro e feriti più di 400 sparando ad altezza d’uomo. E hanno dato prova di una rabbia e di una brutalità almeno equivalente, scatenando un’impressionante violenza per le strade della capitale Kathmandu e non solo. La lista degli episodi drammatici è lunga e i dettagli spesso spaventosi. La folla non solo ha dato alle fiamme gli edifici del Parlamento e della Corte Suprema, ma ha anche aperto una caccia all’uomo politico: parlamentari e ministri sono stati in più occasioni aggrediti brutalmente in pubblico, ma in diversi casi le vittime sono state raggiunte fin nelle loro abitazioni, date alle fiamme con loro chiuse dentro: è morta così la moglie di un ex primo ministro.














