La storia si ripete: l’Irap, l’Imposta regionale sulle attività produttive, applicata a banche e assicurazioni, è stata aumentata dal governo di Giorgia Meloni. In passato, Silvio Berlusconi aveva adottato una misura simile. Eppure, entrambi avevano promesso di abolirla. Da queste scelte emergono due riflessioni. La prima: le parole pronunciate in campagna elettorale non hanno più alcun valore. Le promesse vengono smentite con una disinvoltura sorprendente, e chi governa nemmeno si prende la briga di spiegare le ragioni del proprio dietrofront. La seconda considerazione è che banche e assicurazioni rappresentano un nemico perfetto: sono percepite come entità fredde, avide, interessate solo al profitto. Per questo, quando vengono colpite da nuove imposte, nessuno protesta - né nella maggioranza né nell’opposizione. Anzi, quest’ultima spesso si lamenta perché vorrebbe misure ancora più dure. Per capire come si è arrivati fin qui, è utile fare un passo indietro. L’Irap viene introdotta dal governo Prodi nel 1998 come imposta destinata a finanziare le Regioni, in particolare la spesa sanitaria. L’aliquota iniziale era del 4,25 per cento, uguale per tutte le imprese. Con il governo Berlusconi scende al 3,9 per cento: una riduzione, certo, ma come si è detto, per le banche e le assicurazioni l’aliquota salirà pochi anni dopo, nel 2011, rispettivamente al 4,65 e al 5,90 per cento. Le maggioranze che si sono alternate alla guida del Paese non hanno mai corretto questa distorsione. Anzi, l’ultimo intervento, previsto dalla Legge di Bilancio 2026, la quarta del governo Meloni, innalza ulteriormente le aliquote di due punti percentuali, portandole al 6,65 e al 7,90 per cento. La leader di Fratelli d’Italia aveva assicurato, nella legge delega del 2023, di cancellare gradualmente l’Irap, non certo di aumentarla. Evidentemente banche e assicurazioni vengono considerate un’eccezione, come se non fossero imprese alla stregua delle altre. Peraltro, a dirla tutta, non sono neanche le uniche ad aver registrato profitti significativi negli ultimi anni. Tuttavia, quando serve fare cassa, diventano il bersaglio preferito e, allo stesso tempo, comodo visto che non sembrano protestare troppo: «Le ulteriori tasse sono gestibili», hanno dichiarato alcuni amministratori dei principali istituti di credito. Tutto bene, allora? Non proprio. Tassare un singolo settore per far quadrare i conti può sembrare efficace ma è distorsivo. Infatti, a prescindere dal giudizio che si può avere sugli istituti di credito, una simile scelta viola un principio fondamentale: le imposte devono essere uguali per tutti i settori: non esistono comparti “simpatici” e altri “antipatici”. Anche perché oggi tocca alle banche, domani chissà. E nulla frena la crescita più dell’incertezza. E dell’incoerenza.