Come mai le aliquote nominali scendono e il gettito sale insieme alla pressione fiscale? La risposta a questa domanda, che anima lo scontro fra maggioranza e opposizione sull’economia, coinvolge molti fattori fra cui l’aumento degli adempimenti spontanei, un po’ di emersione del nero, le dinamiche dell’occupazione che cresce senza smuovere produttività e Pil. Ma chiama in causa anche il grande assente dal dibattito: il drenaggio fiscale.

L’intervento della premier Giorgia Meloni agli Stati generali dei commercialisti dell’altroieri ha rimesso al centro della scena l’obiettivo di un nuovo taglio Irpef a favore del «ceto medio», riaprendo il derby nella maggioranza fra la riduzione di aliquote (che piace anche a Forza Italia) e la rottamazione cinque promossa dalla Lega. Sotto la superficie della battaglia politica agiscono però fattori sostanziali, che pur nel disinteresse del dibattito pubblico hanno effetti più concreti sui bilanci dei contribuenti.

Il meccanismo

Tra i più importanti c’è appunto il fiscal drag, il drenaggio fiscale prodotto dall’inflazione. Ci ha pensato il Rapporto annuale sulla politica di bilancio presentato ieri dall’Upb a riaccendere le luci su questo fenomeno, elementare nel funzionamento, pesante nelle conseguenze ma spesso ignorato ai piani più alti dei partiti. L’inflazione spinge in alto i valori nominali dei redditi, con l’indicizzazione delle pensioni, i rinnovi contrattuali dei dipendenti e gli aumenti di entrate degli autonomi. Così gli imponibili crescono, mentre scaglioni e detrazioni restano fermi, e la richiesta fiscale sale. Di quanto?