Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 7:50

A volte succede che il leader populista cada nella sua stessa rete. È capitato recentemente a Giorgia Meloni che ha malamente contestato, per supposta malafede, coloro che hanno sottolineato l’iniquità della sua riformina, la terza, dell’Irpef, contenuta nella legge di bilancio del 2026. L’iniquità è stata scoperchiata dall’Istat che ha calcolato come i 3 miliardi di nuove riduzioni vadano, in realtà, ai due quinti più ricchi nella distribuzione del reddito, e dunque a contribuenti anche benestanti. Ridurre l’Irpef di 440 euro l’anno per contribuenti che ne dichiarano da 50.000 e fino a 200.000 difficilmente rientra in una sana e normale politica di equità distributiva.

Per coprire lo strafalcione della premier è subito intervenuto, con una lunga intervista al Sole 24 ore in funzione di pompiere, il responsabile di tutto questo, il viceministro Leo, che nel tentativo di giustificare la premier non ha però migliorato la situazione. Il viceministro ha spiegato che la destra ha un progetto fiscale complessivo che è quello di ridurre l’Irpef per realizzare una grande redistribuzione. Questo progetto ha avuto tre passaggi principali. Il primo è stato l’aumento della soglia di reddito per gli autonomi in regime di flat tax da 65.000 a 85.000 euro, con risparmi di 500 euro mensili di tasse. Poi l’anno scorso è arrivato il bonus Meloni e la rivisitazione delle aliquote con un ammanco per le casse dello stato di 18 miliardi. Ora il ciclo si chiude pensando a tutti gli altri contribuenti fino a 200.000 euro, con un esborso per lo Stato di 3 miliardi.