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10 NOVEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 8:32

Giorgia Meloni è stata abile, sabato, a sviare l’attenzione dai rilievi sulla legge di Bilancio attaccando la proposta di “patrimoniale” arrivata dalla Cgil. Ma la narrativa della premier ha il fiato corto. Difficile convincere gli italiani che sia “la sinistra” a volerli tartassare quando, con la leader di Fratelli d’Italia a Palazzo Chigi, la pressione fiscale è arrivata al livello più alto da un decennio. I dati ufficiali dicono che, dopo due anni di calo, nel 2024 il rapporto tra entrate fiscali e contributive e Pil è balzato dal 41,2% al 42,5%. E, secondo le previsioni contenute nei documenti di finanza pubblica firmati da Giancarlo Giorgetti, quest’anno si attesterà al 42,8%. Escludendo l’anno pandemico, che non fa testo visto il crollo del prodotto interno lordo, per trovare un valore simile bisogna tornare al 2015, con Matteo Renzi a Palazzo Chigi, subito dopo il picco toccato sotto Mario Monti. Nel 2026, stando alle previsioni che tendono conto dell’impatto della manovra, non è previsto alcun calo. Altro che “con la destra al governo niente nuove tasse”.

Nei mesi scorsi la premier aveva provato a spiegare il rialzo sostenendo che si trattava di un effetto collaterale dell’occupazione record: “Se un percettore di reddito di cittadinanza trova lavoro e paga le tasse, la pressione fiscale sale”, aveva detto. Ma la tesi è senza fondamento: chi trova lavoro inizia sì a pagare tasse e contributi, alimentando il numeratore, ma genera anche reddito, facendo crescere il pil che sta al denominatore. Quindi il rapporto non dovrebbe aumentare. In realtà le due misure si sono mosse a ritmi diversi: nel 2024 le entrate fiscali e contributive sono cresciute di più del doppio rispetto al progresso del Pil nominale. Perché?