Il 40% dei caregiver familiari dichiara di aver sviluppato problemi di salute da quando ha assunto il ruolo di assistente. Tra questi, circa due su tre soffrono di due o più malattie croniche, in particolare disturbi psichiatrici, muscolo-scheletrici, gastrointestinali e cardiovascolari. Una ricerca condotta dal Centro di riferimento per la medicina di genere dell’Istituto superiore di sanità evidenzia come le donne caregiver siano sottoposte a un carico assistenziale e psicologico più elevato rispetto agli uomini, con conseguenze più gravi sul piano della salute.

Questa è la realtà invisibile dei caregiver familiari conviventi, come conferma Vincenza Ferrante, referente Confad Sicilia (Coordinamento nazionale famiglie con disabilità), che assiste due figlie con disabilità e la madre affetta da Alzheimer. “La mia giornata non è scandita da 18 ore di lavoro, ma dalla necessità di esistere in cinque ruoli diversi. Per gestire la mia vita senza crollare, avrei bisogno di almeno cinque cloni, o forse di più. Questa non è una metafora, ma la cruda realtà del burnout del caregiver”, mi spiega.

Vincenza, ma il suo non è un caso isolato, ogni giorno deve garantire assistenza continua ai suoi familiari e districarsi nei meandri della burocrazia tra pratiche, istanze e continui ricorsi al Tar per avere riconosciuti i diritti delle figlie e della madre. E cosa non meno importante deve mantenere l’attività lavorativa, sacrificando flessibilità e carriera; preservare una rete sociale e le attività associative; e avere tempo per la salute fisica ed emotiva, perché se si ammala lei tutto diventa impossibile da gestire. Ogni ruolo è un lavoro a tempo pieno che, però, non ha riconoscimento economico né tutele previdenziali.