Non riuscire autonomamente ad alzarsi dal letto, camminare, lavarsi, vestirsi, preparare i pasti, prendere le medicine: secondo l’Istat (dati 2023), sono circa 3 milioni gli italiani con gravi limitazioni funzionali, di cui oltre 1,8 milioni anziani. Vuol dire che non possono svolgere da soli le abituali attività della vita quotidiana, per cui hanno bisogno di assistenza, non solo sanitaria. A loro si aggiungono 4,6 milioni di over 65enni con limitazioni funzionali «non gravi», almeno per ora.
Le persone non autosufficienti e in condizioni di fragilità, che hanno bisogno di assistenza al di fuori del contesto ospedaliero ma non sono in grado di recarsi in ambulatorio, hanno diritto a ricevere dallo Stato le cure a casa nell’ambito dei Livelli essenziali di assistenza (DPCM di aggiornamento dei Lea 12 gennaio 2017, art. 22), da garantire a tutti i cittadini. In particolare, l’Assistenza domiciliare integrata (Adi) dovrebbe coordinare le prestazioni sanitarie delle Asl e quelle socio-assistenziali dei Comuni. Ma il più delle volte rimane un miraggio o, quando viene erogata, è insufficiente.
La stessa assistenza domiciliare di tipo sanitario spesso è limitata agli accessi (pochi) a casa dell’infermiere per alcune prestazioni quali medicazioni o prelievi, quando va bene. In moltissimi casi le famiglie devono pagare di tasca propria anche le visite a domicilio degli specialisti o le terapie riabilitative, oltre a supplire alle carenze del sistema di welfare.






